Chiang Mai, Thailandia
3 Marzo 2018
La tenda che avevo costruito con lenzuola e pezzi di corda non è servita a un cazzo. Alle 5 del mattino il sole mi prende comunque a pugni di luce in faccia. Mama, la host dell’ostello dove soggiorno a Chiang Mai, convinta di farmi un favore, il giorno prima mi aveva spostato in una stanza più grande. Ma io sono un po’ particolare: una stanza più grande per me significa solo finestre più grandi. E quindi più luce. Molta più luce. Mi alzo, tanto l’alternativa è restare a letto a bestemmiare.
Mentre faccio colazione con un pacchetto di Oreo cerco di aprire gli occhi che sembrano incollati con la Vinavil e mi viene in mente la giornata di ieri. Chi mai l’avrebbe immaginato che dopo una giornata così fantastica, a cui ho voluto dedicare una storia a parte, il mio Yes Day, ci sarebbe stata una giornata proprio di merda, dove tutto, ma proprio tutto mi va male. Solo che la giornata di oggi durerà più di 24 ore.
Ho sempre avuto una specie di fissazione: mi sembra che le giornate si alternino. Una va alla grande, quella dopo va inevitabilmente di merda. Ovviamente so benissimo che è una stronzata e non credo né nella fortuna né nel destino. Se succede qualcosa, succede e basta. Però, dopo il mio Yes Day, era difficile non pensare che oggi fosse proprio la classica “giornata no”.
Saluto Mama alla reception ed esco dal YAK Guesthouse, in centro. Accendo l’Honda Click preso in affitto e imposto “Pha Chor” su Gmaps, il Grand Canyon di Chiang Mai, a circa 50 km. Mi segna un’ora e mezza di guida.
Prima di uscire bevo tutto d’un sorso una lattina di Nescafé ghiacciato, una delle cose che durante quel viaggio consumavo più spesso. Dopo neanche due minuti mi parte un mal di pancia tremendo. Non quello che ti fa correre in bagno. Quello costante, fastidioso, che ti accompagna per ore e ti ricorda ogni cinque minuti che esiste. Lo ignoro. Tanto ormai sono fuori.
L’uscita non inizia nel migliore dei modi. Al primo semaforo, aspetto il verde, pronto a partire dritto. Appena accelero, un’auto alla mia sinistra mi taglia la strada come se non esistessi. Sono troppo rincoglionito dalla notte di merda per reagire in tempo e finisco dritto nella portiera, schiantandomi al suolo con lo scooter.
Per come sono abituato io, il traffico si ferma in questi casi, almeno i veicoli coinvolti. Ma no, l’auto che ho appena tamponato scappa. E pure tutte le altre. Sono per terra, sdraiato in mezzo alla strada, scioccato e confuso. Ci metto un po’ a realizzare cosa sia successo. Vedo la scocca dello scooter rotta in più punti, cerco di capire se mi sono fatto male. Dopo un tempo indefinito, una coppia di turisti tenta di bloccare il traffico e viene a soccorrermi.
Mi alzo, tremo ancora, ma per fortuna non è niente di grave. Chiedo perché nessuno si sia fermato e una turista mi spiega che qui quasi nessuno ha l’assicurazione, quindi, in caso di incidente, la gente scappa. Nessuno soccorre per paura di essere incolpato: la polizia dà sempre ragione ai turisti. Ci metto un po’ a riprendermi. Lo scooter è rovinato, ma almeno funziona. Dei danni me ne occuperò dopo. Ora voglio solo andarmene da qua.
Mentre riparto mi rendo conto di una cosa che fino a quel momento non avevo davvero considerato: qua non sono a casa. Se faccio un incidente serio non rischio solo di rovinarmi la vacanza. Rischio di farmi molto male, o peggio. Mi tornano in mente tutti quei video di incidenti stradali che anni prima guardavo su internet per pura curiosità. Tantissimi arrivavano proprio dalla Thailandia. Quel tamponamento, per quanto stupido, lo prendo come un avvertimento. Da questo momento in poi guiderò con molta più attenzione.
Dopo un chilometro mi fermo a un altro semaforo. Questa volta guardo bene a destra, poi a sinistra e ancora una volta a destra prima ancora che scatti il verde. Vado lentissimo e continuo a controllare tutto intorno. Ancora tremo per lo spavento di prima. Non sono l’unico turista in sella ad uno scooter, ce ne sono parecchi per strada, qualcuno da solo, altri in coppia. All’improvviso, una “mandria” di poliziotti si butta in strada, piazzandosi davanti a tutti e iniziano ad agitare braccia e palette, obbligandoci a fermarci. Sento frenate brusche da parte di chi andava più veloce, ma io per fortuna stavo andando piano.
Sembra un semplice controllo della polizia, vogliono verificare che tutti abbiano la patente internazionale per guidare la moto. Cominciano a fare multe a chi non ce l’ha, praticamente tutti. Io ero indeciso se farla o no prima di partire per la Thailandia, ma alla fine ho deciso di farla, tanto per non avere problemi. Quando un poliziotto si avvicina, tiro fuori la patente tranquillamente e gliela mostro. Ma questo bastardo mi dice che non va bene, che devo comunque pagare una multa. Gli faccio presente che la mia patente è valida anche per guidare le moto, ma con aria minacciosa mi ringhia: “O paghi adesso una multa di 1000 baht, oppure ti metto della droga nello zaino e ti sbatto in galera. Cosa vuoi fare?”
Una cosa però mi mette parecchio a disagio. Hanno tutti casco, occhiali da sole e mascherina. Non riesco nemmeno a vedere la faccia di quello che mi sta minacciando. Sembrano più una banda organizzata che un normale posto di blocco.