Ungheria: un mese in quarantena con un match di Tinder

Sono con mio padre fuori dalla farmacia mentre mi divoro le unghie: aspetto il risultato del test. Stamattina ho ricevuto una mail dal governo che mi dice di restare a casa per le prossime due settimane. Il motivo? Sul volo che ho preso un paio di giorni fa un passeggero è risultato positivo al Covid. Beh, col cazzo che resto a casa a perdermi il Capodanno a Budapest con i miei amici, soprattutto dopo aver già pagato tutto. Hotel, voli e cazzi vari. Diciamoci la verità, chi lo farebbe? Ho cestinato la mail (Dai, denunciatemi) ed eccomi qua, venuto di corsa in farmacia a fare il test: negativo. L’ansia va via, e io posso partire. È il 26 dicembre 2021.

Passo giorni bellissimi con i miei amici, tra festeggiamenti, saune bollenti e pattinate sul ghiaccio. Una settimana nella capitale ungherese insieme a una decina dei miei migliori amici.
Io, però, mi porto anche il laptop: ho intenzione di restare qualche giorno in più rispetto agli altri. Sono un graphic designer e voglio provare, per la prima volta, l’esperienza da nomade digitale.

Budapest, Ungheria
4 gennaio 2021

Per l’ultima cena con il gruppo decido di sperimentare e ordinare un gulash diverso dal solito, quello di trota. Scelta pessima. Mi sembrava di mangiare direttamente dal bidone dell’umido lasciato al sole in pieno agosto. Una porcheria assoluta. Risultato? Sto malissimo e passo la serata a vomitare.

Nonostante sia l’ultima serata insieme ai miei amici, non mi perdo nulla di epico: mentre io sono chiuso in hotel a spruzzare arcobaleni dalla bocca, loro sono chiusi in un bar a guardare il campionato di freccette in TV.
Quando finalmente mi sento meglio, li raggiungo, ma bevo solo acqua. Delle freccette non me ne frega niente, quindi per passare il tempo apro Tinder.

Faccio match con una ragazza e iniziamo subito a chattare. Si chiama Anita, beh, in realtà non si chiama Anita, ma per questa storia preferisco non usare il suo vero nome. Parla un ottimo inglese e dopo nemmeno dieci minuti mi invita a casa sua.

Ed è qui che la cosa diventa strana.

Mi dice che non vive in città, ma a più di quaranta chilometri da Budapest, in un paesino vicino al lago Valence. E mi chiede di andarci adesso, che è quasi mezzanotte.
Nella mia testa vedo già il mio cadavere galleggiare sull’acqua, senza un rene.

Ovviamente rifiuto.

Lei però insiste. Dice che vuole parlarmi a voce. Così, contro ogni istinto di sopravvivenza, le do il mio numero. E mi chiama.

È ubriaca. Dice che si sente sola, che è appena successa una cosa brutta e che devo andare da lei per distrarsi. Le spiego che solo un pazzo accetterebbe. Restiamo al telefono una ventina di minuti. Alla fine mi convince a metà. “Se non vieni stanotte, vieni domani di giorno.”

Sempre una follia, ma almeno più accettabile.

Ne parlo con gli amici: errore madornale.
“Ma che cazzo dici?”
“Questa ti fa a pezzi e ti vende!”
“Hai visto Hostel?”

Non hanno tutti i torti. Intanto si è fatto tardi, loro domattina hanno il volo. Andiamo a dormire.

Si dice che la notte porti consiglio. Io passo la notte a pensare ad Anita. L’aggiungo su Facebook per capire se esiste davvero. A quanto pare sì. Decido che vado. La mattina saluto i miei amici, che mi danno del pazzo. Anita mi manda le indicazioni sui treni da prendere. Per fortuna, perché alla stazione di Budapest non si capisce nulla: tutto è scritto in ungherese e quasi nessuno parla inglese.

Lascio la valigia con il PC in una cassetta di sicurezza e salgo sul treno giusto, spero. Quando parte, l’ansia sale.

Guardo fuori dal finestrino. La zona che attraversiamo è deprimente, il cielo è grigio e non aiuta. Non ho idea di cosa stia facendo. Penso già a come tornare indietro, ma la mia curiosità, o stupidità, mi impedisce di scendere.

Dopo un paio d’ore arrivo a Valence. Non mi aspettavo chissà cosa, ma non ero pronto a tanta desolazione. Case tristi e grigie come il cielo. Dietro la stazione c’è un muro di canne da cui si intravede il lago. Di Anita nessuna traccia. Faccio una passeggiata finché mi chiama: è arrivata.

Respiro a fondo e mi dirigo verso i parcheggi. Mi avvicino piano, sperando di vedere una donna e non un pazzo assassino. Per fortuna è lei, proprio quella delle foto. Senza farmi notare, scatto una foto alla sua auto, cercando di prendere la targa, e la mando a un amico. Ci salutiamo, “piacere di conoscerti” e salgo in macchina. Sul tappetino c’è della paglia e la mia mente inizia a immaginare scenari inquietanti. Attivo il GPS e condivido la posizione.

Parlando, scopro che è un’estetista e che ha un salone di bellezza in casa. Vuole mostrarmelo. Arriviamo davanti a una casetta con un cancello nero e un giardinetto trascurato. Un grosso gatto nero ci viene incontro. Entro cercando di non far vedere che sto morendo di paura.

Dentro è un caos totale: vestiti e oggetti sparsi ovunque. Non mi scandalizzo, anch’io sono disordinato. In cucina mi offre un caffè con latte. Non ho mai avuto così tanta paura di bere un caffè. All’ultimo sorso ho l’impressione di aver ingoiato qualcosa. Per un attimo penso a un sonnifero. Forse era solo un po’ di latte rappreso.

Usciamo.
“Vieni, ti faccio vedere il mio salone.”
“Dov’è?”
“Dietro casa.”

Perfetto, penso, il posto ideale per sparire nel nulla.

Nel retro c’è un’altra piccola casetta. Dentro è più ordinato, scatole chiuse, mobili nuovi, specchi ancora da montare. La seguo lungo il corridoio. È eccitata, vuole mostrarmi qualcosa.

Apre una porta e sorpresa: una navicella spaziale.

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