Bangkok, Thailandia
16 Aprile 2018
È difficile descrivere come mi sento. Un turbine di emozioni mi attraversa.
Quel giorno è arrivato, e ancora non mi sembra vero. Da un lato, ho l’impressione che sia passato un tempo infinito, dall’altro, una parte di me avrebbe voluto ancora un po’ di più. Solo un po’. O forse no. Forse è davvero il momento di tornare a casa. Credo di aver preso tutto quello che potevo da questa esperienza incredibile.
È l’ultimo giorno del mio primo grande viaggio nel Sudest Asiatico.
Sono le cinque del mattino e, per l’ultima volta, la mia sveglia suona con “Holiday in Cambodia” dei Dead Kennedys. Ho dormito male, costretto in una posizione scomoda per non sfregare il tatuaggio fresco sull’avambraccio: una bella testa di elefante, disegnata dal sottoscritto su carta e poi ridisegnata da uno sconosciuto sulla mia pelle.
Ho scelto questo soggetto perchè durante questo mio primo viaggio ho visto per la prima volta in vita mia gli elefanti, oltre che fare diversi giorni di volontariato in un santuario nella foresta cambogiana. Sono molto soddisfatto di questa piccola opera d’arte sul braccio. Forse, mi sarei dovuto accontentare. Dico questo perchè, questo tatuaggio, non è il protagonista di questa storia.
Metto nello zaino un pacchetto di sigarette e dell’incenso (spiegherò più avanti il perché), mi vesto con i pochi vestiti asciutti che riesco a trovare, anche se sono ancora bagnati dai giorni scorsi, quando mi sono ritrovato nel bel mezzo del Songkran, il festival dell’acqua. Un evento di tre giorni che trasforma le strade di Bangkok in un campo di battaglia, con folle armate di pistole ad acqua e secchi. In pochi secondi, mi hanno inzuppato: zaino, documenti, cellulare, tutto bagnato. Avevo poi deciso di partecipare alla guerra, ma questa è un’altra storia…
Alle cinque del mattino, se non fosse per le strade ancora bagnate, penserei di essere in un luogo completamente diverso rispetto alle giornate precedenti: non c’è quasi nessuno per le vie di Bangkok, ad eccezione degli spazzini che, poveri loro, stanno pulendo il caos lasciato dal Songkran. Dopo qualche difficoltà, riesco a fermare un taxi e gli indico subito la mia destinazione: il Wat Bang Phra, il tempio noto per i suoi tatuaggi sacri, a circa una cinquantina di chilometri da Bangkok.
Proprio così, ho deciso. Il tatuaggio dell’elefante fatto pochi giorni fa sull’avambraccio non mi basta. Voglio strafare, voglio esagerare, come al solito. Per concludere in bellezza il mio viaggio di quasi tre mesi tra Thailandia, Laos e Cambogia, voglio farmi fare un Sak Yant.
Ma il Sak Yant è molto più di un semplice tatuaggio.