Bangkok: Un Tatuaggio da Incubo

Il tatuaggio sacro Sak Yant segue un rituale ben preciso. Prima di tutto, incontri il monaco e gli fai un’offerta, che comprende fiori, candele, incenso e, cosa curiosa, un pacchetto di sigarette. Poi non sei tu a decidere quale tatuaggio riceverai: sarà lui, dopo averti osservato, parlato con te a capire di cosa hai bisogno. Ogni disegno ha un significato preciso. Protezione dalle energie negative, forza, giustizia, fortuna. Il monaco sceglie quello giusto per te e soprattutto sceglie lui dove farlo!

Dopo aver superato il fiume Tha Chin, il taxi si ferma davanti al tempio. A quest’ora del mattino, non c’è anima viva, solo io e il tassista.

Durante l’ora di tragitto sono riuscito a restare tranquillo, ma adesso l’ansia inizia a farsi sentire. E parecchio. Il motivo? Non so se riuscirò a farmi tatuare. Non so cosa mi verrà tatuato. E nemmeno dove. L’unica certezza è che, qualunque cosa sia, me la porterò addosso per sempre. Lo so, una pazzia! Dico al tassista di aspettarmi, anche se mi ci vorrà del tempo.

Il cortile del tempio è molto ampio ed è popolato da statue colorate dall’aspetto piuttosto pacchiano: demoni, tigri, animali strani e altre figure grottesche, alcune con la vernice sbiadita dal sole e ormai scrostata. Alcune di queste statue aggravano ancora di più il mio stato d’animo. Per l’offerta, ho già le sigarette e l’incenso, ma mi mancano le candele. E i fiori! Quindi esco fuori dal cortile, ne trovo alcuni per strada e li prendo, spero che vadano bene. Al ritorno, noto alcuni cani nel cortile. Hanno un aspetto strano, con parti del corpo vagamente deformi, come se fossero usciti da Chernobyl. Fanno davvero paura!

Cerco di allontanarmi, finchè non incontro una persona nel cortile, un ragazzo dai tratti asiatici di circa la mia età, al quale mi avvicino sperando che parli inglese. E’ malesiano, e scopro che pure lui è qua per lo stesso motivo. E anche lui, come me, è molto nervoso, ma ora che ci siamo conosciuti, decidiamo di affrontare questa esperienza insieme. Questa cosa mi fa sentire molto più tranquillo: la pazzia sembra meno pazza!

Una volta entrati nell’edificio principale, proviamo a spiegare all’unica persona presente, un monaco, cosa siamo venuti a fare. Capiamo di dover aspettare. Nel frattempo, un odore dolciastro e pungente mi colpisce. Forse incenso, ma mescolato a qualcosa di indefinibile. Mentre aspettiamo, noto davanti a me una grande teca. Dentro, una figura avvolta in un sanghati, la tipica tunica arancione dei monaci. A prima vista sembra una statua, ma osservandola meglio mi rendo conto che non lo è affatto. È una persona mummificata: Luang Phor Pern, un monaco morto circa una ventina anni fa dopo una lunga vita monastica. Prima di morire, ha chiesto che il suo corpo fosse esposto per ricordare alle persone la transitorietà della vita umana. Non avevo mai visto una mummia prima d’ora. Facile capire come per me questa scoperta contribuisca ad alimentare un’atmosfera già piuttosto inquietante.

Dopo l’attesa, il monaco ritorna e ci fa cenno di seguirlo. Ne approfitto per prendere un paio di candele che sono sopra un comodino, l’ultima offerta che mi mancava. Forse non si dovrebbe fare, ma ce ne sono a centinaia sparse per il tempio. Attraversiamo un lungo corridoio scarsamente illuminato, quando all’improvviso un abbaiare rompe il silenzio. Nel giro di pochi secondi, ci ritroviamo circondati da una decina di cani.

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