Per fortuna non sono quei cani deformi che avevo visto fuori, ma dei volpini. Alcuni sembrano solo curiosi, altri decisamente più aggressivi. Non smettono per un secondo di abbaiarci. Spero che non si avvicinino troppo in quel modo minaccioso, perché non vorrei doverli allontanare con un calcio per paura di essere morso! Il malesiano è molto spaventato, e la cosa mi fa un po’ ridere.. comunque si limitano solo ad abbaiare, quindi proseguiamo per il corridoio, fino a raggiungere una stanza. Senza dire una parola, il monaco ci indica le poltrone situate al centro della stanza e ci invita a sederci. Poi se ne va. Senza una spiegazione. Noi rimaniamo zitti in silenzio in questa stanza come dei coglioni per una ventina di minuti, anche perchè il malesiano non era di molte parole, forse ancora terrorizzato per i cani.
Entra all’improvviso un tizio pelato con una maglietta rossa. Senza salutare, lancia sul tavolo quello che sembra essere un raccoglitore e ci fa, con un tono antipatico in inglese: “Sceglietevi il tatuaggio dalla lista, e mettete i soldi in quel contenitore”.
Io e il malesiano ci guardiamo, con aria confusa. Chiedo “Ma siamo nel posto giusto? Siamo venuti qua per lo Sak Yant”
“Si, lo faccio io, ditemi che disegno volete e ve lo faccio”
“Ma pensavamo sarebbe stato diverso, non si occupa un monaco di queste cose?”
“Quello è un rituale riservato alle persone credenti, solto dall’altra parte del tempio, non qua. Non è una cosa per turisti. E’ tutta un’altra faccenda. Non si paga, ma si fa un’offerta. Non potete scegliere il disegno, non potete scegliere il posto. Una volta fatta l’offerta, non potete rifiutare di farvelo fare. E’ una cosa sacra.”
Questo è esattamente quello che cercavo. Una cosa autentica, non una stronzata per turisti. Chiedo al tizio con la maglietta rossa di accompagnarci in quel luogo. Lui, con aria scocciata, prova a convincerci a farcelo fare da lui, ma, dopo aver rifiutato, ci dice di seguirlo.
Dall’altra parte del tempio, arriviamo dentro un grande salone, e non so quale sia la cosa che mi impressiona di più: la sporcizia di questo posto o l’odore di piscio misto a incenso e puzza di cane bagnato. E’ un grande salone grigio, con muri che non vedono una verniciata da quando probabilmente non ero ancora stato concepito. Strisce di sporcizia qua e là. Finestre piccole con vetri luridi non permettono di vedere l’esterno. Nell’aria mi sembra di respirare peli di cane.
Al centro della sala, un gruppo di cinque o sei persone, a giudicare dall’aspetto direi locali, stanno seduti per terra a formare un cerchio di fronte a un sofà di pelle marrone. Sopra uno dei due braccioli, c’è un bicchiere con un liquido scuro al suo interno. A terra invece, una grande macchia scura. Non voglio neanche chiedermi cosa possa essere. Io e il ragazzo malesiano ci guardiamo ancora negli occhi, senza dire nulla, ma allo stesso tempo, dicendoci tanto.
Mentre osservo con lo sguardo questo posto che sembra tutto tranne che un luogo dove potrei mai farmi fare un tatuaggio, non mi rendo conto che il tizio con la maglietta rossa è sparito. Allora decido di avvicinarmi al gruppo di persone che, senza salutarci, squadrano me e l’altro ragazzo da testa a piedi. Provo a chiedere informazioni, ma nessuno sembra capire l’inglese.
Il silenzio imbarazzante viene interrotto, qualche minuto dopo, da un monaco che entra nella sala. Pure lui, di poche parole. Da buon italiano che sono, soffro per tutto questo silenzio! Tutti si limitano ad osservare il nuovo arrivato mentre si avvicina.
Il monaco si siede sul sofà, tirando fuori alcuni strumenti da uno lo zainetto di pelle che ha portato con sè. Un’asta, una bottiglia, qualche altra cosa. Prende il bicchiere sopra il bracciolo, lo svuota per terra con noncuranza, e poi lo riempie nuovamente con il contenuto della bottiglia, senza neanche sciacquarlo prima. Ho capito bene? Quello sarebbe… l’inchiostro?