Bangkok: Un Tatuaggio da Incubo

Mentre sono seduto nel taxi mi chiedo se quello che è successo sia successo veramente. Dietro il collo sento un gran bruciore, che purtroppo conferma che è tutto vero.

Sul telefono guardo la foto che il tassista mi ha fatto poco prima di entrare: sul mio collo c’è tatuato il Gao Yord. Il tassista, che conosce molto bene i simboli, mi spiega bene il significato di questo simbolo: rappresenta le nove vette della montagna sacra Meru, simbolo delle nove fasi di ascensione spirituale verso l’illuminazione. Ogni vetta simboleggia un passo nel cammino spirituale, e il tatuaggio mi ricorda di affrontare le difficoltà per avvicinarmi alla perfezione.

Mi dice anche che, per portare fortuna, c’è bisogno che io segua delle regole ben precise:

  • Non posso più avere rapporti sessuali
  • Non posso più drogarmi
  • Non posso più bere alcohol
  • Non posso più abbracciare una donna, se questa ha il ciclo (devo prima chiedere se ha le mestruazioni)
  • Non posso sedermi su un vaso di ceramica, specialmente se è rotto o danneggiato
  • Non più attraversare un ponte con un’anatra sopra
  • Altre regole che non ricordo

Diciamo che alcune di queste regole mi metteranno davvero in difficoltà. Prendiamo, per esempio, il divieto di attraversare un ponte insieme a un’anatra. Come potrei mai vivere senza questa possibilità?

Certo, qualche dubbio sul senso di queste regole ce l’avrei, ma chi sono io per giudicare? E, in fondo, come potrei davvero comprenderne il significato profondo? Non appartengo a questa religione, quindi non posso saperlo.

Torno in città. Stasera parto, ma prima faccio un salto nel quartiere cinese di Bangkok per comprare gli ultimi regali e souvenir per amici e parenti. Intanto, il nuovo tatuaggio mi brucia da morire. Devo disinfettarlo, così come l’altro. Finisco nei cessi pubblici di Chinatown. Utilizzando la carta igienica per pulirmi, disinfetto i miei tatuaggi con l’Amuchina gel mentre mi guardo allo specchio, sporco così tanto da non riuscire quasi a vedere il mio riflesso. La signora delle pulizie dei bagni mi nota che soffro e piango disperato e si offre di aiutarmi. Realizzo di trovarmi nella condizione più di degrado che abbia mai vissuto.

Quando torno in Italia, mi precipito al reparto di Malattie infettive, racconto tutto al dottore che infierisce contro di me, insultandomi per la mia coglioneria. Avrà tutte le ragioni del mondo, ma ciò che ho vissuto nelle ultime 24 ore è stata già una lezione sufficiente. E ciò che succederà dopo sarà una punizione giusta per l’enorme stronzata che ho fatto.

La Thailandia conta centinaia di migliaia di persone sieropositive. In quest’anno (2018), una su cento era infetta. Il dottore mi guarda senza pietà mentre elenca le probabilità, le statistiche, i rischi. Io ascolto in silenzio, sapendo che ormai non posso cambiare niente.

Per prevenire l’AIDS, al quale non saprò mai se comunque sono stato esposto, il dottore mi ha prescritto una terapia chiamata PEP, Profilassi Post-Esposizione. Due scatolette di medicinali, Isentress e Raltegravir. Una dal costo di 750€ e una da 950€. Una terapia che, per i dieci mesi successivi, mi ha distrutto fisicamente e mentalmente.

Provo a riassumere in breve gli effetti indesiderati che mi ha portato questa terapia: i primi giorni ho dormito oltre le 12 ore, e, chi mi conosce, sa che io dormo dalle 4 alle massimo 5 ore a notte. Quando ero sveglio piangevo, ero terrorizzato, mi sentivo malissimo. Avevo paura di stare da solo; quando i miei genitori, la mattina, andavano a lavoro, io li pregavo di non lasciarmi a casa, avevo paura di volermi suicidare. Ho vomitato molto spesso, cercando di nascondere quanti più sintomi possibile. Non ho detto niente al resto della mia famiglia, per non essere giudicato o cazziato. Ho fatto finta di stare bene ogni volta che vedevo nonni e zii.

Una delle conseguenze del farmaco è stata anche la quasi totale perdita di desiderio sessuale. Durante questo periodo le cose tra me e la mia ragazza dell’epoca non andavano molto bene, ero molto irascibile, la terapia mi ha fatto avere intense crisi di rabbia, ed era impossibile parlare con me. Ho cercato di stare il più possibile da solo, lontano quando potevo dalle persone care. Ho nascosto il mio terribile stato d’animo per diversi mesi.

Durante il primo anno dall’inizio della terapia, ho dovuto fare il test per le malattie infettive una volta al mese, includendo HIV, Epatite B, Epatite B e Sifilide. Sono sempre risultato negativo a tutto.

Sarà forse questa la punizione per non aver seguito le regole? Forse, senza accorgermene, ho attraversato il ponticello del parco di Monteclaro mentre un’anatra mi seguiva alla coatta. Ma, nonostante tutto, mi sento stranamente fortunato. Forse quella protezione ha comunque funzionato, a modo suo.

Oggi ripenso a questa storia, e mi faccio la stessa domanda che mi fanno tutti ogni volta che la sentono: ne è valsa la pena?

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