Ungheria: un mese in quarantena con un match di Tinder

Vedo un oggetto, grande più o meno come un’auto, con una forma decisamente strana. Ha una porta che si apre su un interno che sembra un cockpit, con luci colorate che lampeggiano e schermi di cui non capisco cosa mostrino. C’è un vetro che protegge l’interno e tutto sembra futuristico. Il macchinario è lucido e argentato, con dettagli metallici e linee morbide che lo rendono comunque un oggetto figo. Ci sono anche dei pulsanti e delle manopole. Rimango in silenzio per qualche secondo.

“Scusa, ma che cavolo è?”

“Fa parte del mio lavoro: la gente lo usa per sentirsi meglio, per tenersi in forma.”

Quel macchinario, che sembra veramente una navicella spaziale, a quanto pare, è un apparecchio Infraslim, usato per migliorare la circolazione, tonificare il corpo e favorire il dimagrimento grazie a vibrazioni e tecnologie a infrarossi.

Ok, sono comunque confuso, quindi le faccio: “Ah sì? E come funziona?”

Ed ecco come lei mi spiega l’uso del macchinario: “La vedi la porta? Si apre, tu ti ci metti dentro, però devi essere o nudo o in mutande. Dopodiché ti allaccio una cintura, chiudo la porta, le gambe rimangono bloccate dentro, lasciando il petto e le braccia fuori, mentre rimani semi sdraiato. Poi questo tubo va messo nel naso e tu devi respirare da qua, perché esce l’ossigeno. Poi, una volta intubato, le gambe, che sono dentro, vanno su questi pedali e devi iniziare a pedalare. Al suo interno l’apparecchio si riscalda come se fosse una specie di sauna e poi l’aria viene risucchiata.” Poi fa una pausa e mi fa: “Allora, vuoi provare?”

Adesso, una qualsiasi persona sana di mente direbbe: “Molto interessante, ma sono a posto così, grazie”.

Io, che non sono sano di mente, rispondo con un bel “Perché no?” e mi tiro giù i pantaloni.

Entro nella navicella spaziale, mi sigilla con le cinture, chiude la porta. Sono bloccato qua. Lei mi passa il tubicino da mettermi nel naso. Ho paura di respirare sta roba. Anita mi fa: “Riccardo, è ossigeno! Tranquillo, non ti faccio addormentare e non ti ammazzerò”. Vabbè, proviamo a fidarci. Inserisco le due estremità nelle narici. Esce aria fredda. Poi accende il monitor e mette musica a volume altissimo.

Prima di uscire dalla stanza, mi urla nelle orecchie: “Adesso pedala, ci vediamo tra mezz’ora”.

Anita va via, rimango qua da solo.

Rimango i primi minuti a chiedermi cosa cazzo stia facendo. Avere il GPS attivato non mi salverà dalla decapitazione: mi aspetto da un momento all’altro un gruppo di persone che mi prenda a bastonate e mi tagli la testa e le braccia a ritmo di musica. Ma ormai sono sigillato qua dentro, quindi tanto vale pedalare. Le gambe iniziano a sudare, sento l’aria che viene risucchiata. È strano. Nel monitor sono segnate le calorie che perdo, la distanza percorsa e queste minchiate qua. Passo così una delle mezz’ore più strane della mia vita.

Poi Anita ritorna, da sola e senza machete in mano. Che sollievo.

“Com’è andata?”
“Sono ancora vivo, quindi bene.”
“Bello, vero? Adesso vuoi una manicure?”

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